Inquadramento storico - Cronografia di Alberobello - Iconografia e Venerazione dei santi Cosma e Damiano

sito ufficiale
ICONOGRAFIA E VENERAZIONE DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
ICONOGRAFIA E VENERAZIONE DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
ICONOGRAFIA E VENERAZIONE DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
Vai ai contenuti

Inquadramento storico

Leggenda e Soria
a prima attestazione del toponimo “Alberobello” si trova in un documento del 1272 che parla di una Sylva aut nemus “arboris belli” detto volgarmente “Arburella”. Si comprende come, in effetti, non si tratti di un abitato, ma 
di un bosco, destinato a diventare “difesa”, ovvero area chiusa di caccia ad uso dei conti d’Acquaviva d’Aragona.
Di costruzioni si fa menzione nel diploma di investitura con il quale nel 1481 il re Ferrante d’Aragona assegna ad Andrea Matteo Acquaviva i feudi della Contea di Conversano, fra cui la Silva Arboris Belli “con taluni diruti casali”, che però non è detto avessero già forma di trullo.

Lo storico nocese Pietro Gioia [101] data la colonizzazione della Selva a partire già al XV secolo per volontà dei loro possessori, i conti di Conversano Acquaviva d’Aragona, i quali vi conducono gente da Noci e da altri feudi vicini per coltivarla lasciando sorgere grezzi casolari o caselle ma senza darne mai possesso. I caratteri specifici di un abitato pastorale o silvestre in pietra a secco inducono il Gioia a definire con troppo anticipo la formazione di Alberobello; più corretta la datazione, invece, se di riferimento al primo abbozzo insediativo. 

Rispetto ad altri centri urbani Alberobello nasce e cresce sulle pendici di una “lama” senza mura difensive, priva di edifici rappresentativi, dimore nobiliari e conventi. Dai documenti del XVI secolo che descrivono il territorio sembra che, a parte le specchie sparse nella radure e nei boschi e le poche masserie appartenenti agli enti ecclesiastici e ai conti, l’unico tipo di costruzioni ammesso nel territorio fosse la casella costruita “a crudo”. Non è da escludere che la diffusione della tecnica della costruzione senza malta nelle aree demaniali extraurbane sia stata una conseguenza dell’abbondanza di materiale lapideo della zona. Se la costruzione “a crudo” permetteva facilità e rapidità d’esecuzione, d’altra parte questa non garantiva il comfort abitativo della costruzione con malta. La notevole distanza fra il potere centrale del Regno di Napoli e le aree periferiche come quella in oggetto danno origine al fenomeno della creazione di insediamenti senza licenza del viceré.

Fondamentale risulta la Prammatica De Baronibus XXIV” del XVI secolo, con la quale il governo tenta di arginare tale fenomeno, dovuto soprattutto all’immigrazione di Albanesi fuggiti al dominio dei Turchi, che lasciavano la terra natia e si trasferivano in altri luoghi attratti dai conti con franchigie e immunità, procurandosi in questo modo manodopera da sfruttare, a discapito degli altri abitati che subivano il danno delle migrazioni. Anche l’insediamento alberobellese si connota come un vero e proprio serbatoio di manodopera al servizio dei conti. Con Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona detto il “Guercio di Puglia, nel XVII secolo, questo fenomeno si acuisce. A lui si deve la costruzione di un palazzo di caccia, di una chiesa, e di alcuni edifici “di comodo” (beccheria, forno, mulino e albergo) nonostante i villici continuassero a subire pesanti restrizioni: i massari, ad esempio, hanno l’obbligo di pagare la “fida”, anche se i loro animali non pascolavano sulle terre degli Acquaviva; le donne possono andare a raccogliere le olive nelle masserie di altri comuni solo se scelte dal conte e al salario da questi stabilito. Per evitare accuse a questo comportamento irregolare, gli Acquaviva impongono ai coloni di costruire le loro case con le stesse caratteristiche dei ricoveri provvisori per animali e dei depositi per gli attrezzi agricoli [66].

Alberobello può considerarsi l’unico esempio di insediamento minimizzato e mimetizzato con forme abitative alternative, forse la testimonianza del tentativo dei conti di eludere la Prammatica. L’eccezionalità, quindi, va ricercata e spiegata nella persistenza della costruzione a secco lungo tutta l’età moderna fino ai nostri giorni. Così fino al XVIII secolo i trulli e l’abitato di Alberobello restano l’espressione di una comunità segregata e povera, autorappresentazione di una civiltà contadina in lotta per la sua stessa sopravvivenza e per un riscatto che, fortunatamente, non si sarebbe fatto attendere a lungo.
Torna ai contenuti