Giangirolamo II (1600-1665) - Cronografia di Alberobello - Iconografia e Venerazione dei santi Cosma e Damiano

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ICONOGRAFIA E VENERAZIONE DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
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Giangirolamo II (1600-1665)

di Francesco Pinto

ian Girolamo II, detto il Gurcio di Puglia o Guelfo di Puglia a causa di un problema ad un occhio, ereditò dai genitori, 
il conte Giulio I d'Acquaviva e la madre Caterina d'Aragona, il titolo di conte di Conversano e duca di Nardò, in quanto la madre era l'unica erede di questo ducato. A dire la verità i coniugi Giulio e Caterina prima di avere il figlio maschio Gian Girolamo ebbero quattro femmine, Antonia, Marianna, Felice e Donata (quest'ultima futura Badessa), tutte e quattro presero i voti e si ritirarono in convento lasciano al fratello Gian Girolamo il compito di amministrare la contea di Conversano. Sulla figura di Gian Girolamo gli storici sono controversi, c'è chi lo dipinge come un atroce tiranno e chi assegna al rampollo di casa Acquaviva un periodo roseo per la contea tanto da essere oggetto di invidia da parte di altri pari di quel periodo. A soli 16 anni ereditò l'immensa proprietà di Giulio I in quanto questi abbandonò i vivi nel 1616.
Nel giro di pochi anni il conte di Conversano balzò alle cronache del tempo [93] per il coraggio e l'ardimento in fatti d'armi tanto da essere considerato dai più un guerriero pronto a tutto dimostrato più volte sia quando seguì l'esercito napoletano nel nord Italia, ove era impegnato, da una parte contro i Savoia e dall'altra parte contro i veneziani, che quando ubbidì al vicerè cardinale Borgia per liberare Manfredonia dai Turchi che l'avevano all'improvviso assalita. Nel 1623 lo troviamo in Piemonte, nella guerra fra il duca di Savoia e Genova; nel 1634 nella battaglia di Norlinghen, nella quale fu disfatto l'esercito svedese. Questi ed altri successi militari ed atti di coraggio circondarono il giovane conte di un aureaola tanto che la città di Taranto l'acclamò suo protettore [96]. Tutti lo considerarono un guerriero nato, che sapeva maneggiare le armi come pochi. Era considerato il cavalliere più noto a cui tutto era permesso. Le adulazioni che gli venivano da tutte le parti finivano col dare a lui stesso una vera presunzione di imbattibilità. Egli emergeva su tutti: quindi a lui era tutto permesso.
Il coraggio, a volte, andava oltre sfociando in crudeltà. A tal proposito il Pepe [93] ci racconta che durante i moti in terra d'Otranto e Nardò del 1647-48 Gian Girolamo II domò la rivolta e per debellare del tutto ogni rivalsa ordinò ai suoi uomini di decapitare i fautori della rivolta, i canonici Carlo Colucci, Benedetto Trono, Filippo Nuccio, Donato Antonio Roccamora, Francesco Maria Gabellone e Domenico Gabellone. Questi furono prima fucilati e successivamente decapitati e le teste esposte su Il Sedile [97]. Secondo il Bolognini [98], invece, i canonici non furono cinque o sei come sostengono i più accreditati storici che hanno ricostruito la orripilante vicenda ma ben ventiquattro e che l'esecuzione fu eseguita a Conversano per impiccagione eseguita nella strettola delle Forche (101). Successivamente, sempre secondo il Bolognini, i ventiquattro canonici, dopo essere stati impiccati, sarebbero stati anche "decorticati" e con la cui pelle sarebbero poi state rivestite altrettante sedie messe in bella mostra nel castello di Conversano. Dello stesso episodio parla anche Benedetto Croce nella storia del Regno di Napoli [99] affermando che Gian Girolamo II impiccò il sindaco e molti cittadini, e persino quattro canonici di cui fece collocare le mozze teste sui loro stalli del Duomo.

Nel 1621 il Conte convogliò a nozze con una bella e ricca fanciulla che gli aveva portato in dote il feudo di Palo del Colle, Isabella Filomarino. Lo storiografo Pietro Gioia [101] la descrive "di idole truce e altera". Qualche volta, la contessa, si faceva vedere in giro per Conversano in una dorata portantina ornata di piume di struzzo con le sue dame e damigelle di compagnia, tutte appartenenti alle migliori famiglie del paese, e ai lati le guardie del corpo [96]. Al passaggio della contessa tutti indistintamente, uomini e donne, nel chinarsi sino a terra in atto di ossequio, avevano il timore nello sguardo della bella ma accigliata signora.
In quel tempo non c'era aristogratico che non possedesse cavalli; Gian Girolamo II più degl'altri. Le giumente della razza Acquaviva (così venivano conosciuti gli attuali Murgesi) erano noti dappertutto per la loro agilità e resistenza, ed erano assimilati agli uccelli per la loro rapidità. Il Di Tarsia addirittura li paragona al mitico Pegaso, comunque un fondo di verità è innegabile [100]. Questi cavalli venivano allevate nelle masserie del conte a Conversano, Noci, Castellana ed anche Palo, portata in dote dalla moglie Isabella, nonché nell'altro feudo di Nardò. Grandi scuderie erano nel castello di Conversano, e questi cavalli di primissimo ordine, in un tempo in cui la cavalleria era il nerbo degli eserciti, conferivano uno speciale lustro a Casa Acquaviva. A Castellana molti ancora si ricordano della masseria Cavallerizza, un tempo regno incontrastato della Serenissima, ora masseria comitale della contea degli Acquaviva.
La vera vita, quella che conta, si svolgeva a Napoli, la capitale del regno. Qui il conte trascorreva una parte dell'anno e abitava nel rione dei grandi signori dell'epoca non lontana dalla via principaledi Napoli, detta la strata di Capuana [94]. Il conte sfoggiava lusso e fasto come gli altri baroni, tutti occupati nei banchetti, negli amori delle cortigiane, nello sport dell'epoca ch'erano i duelli e gli esercizi d'arme, e a gareggiare fra di loro in soverchierie, attorniati sempre da un numeroso e rumoroso stuolo di servitori, arroganti quanto e più dei loro signori. Una cosa però distingueva il nostro da tutti gli altri aristogratici del tempo, l'attaccamento alla proprietà. Mentre gli altri feudatari in genere non curavano di persona l'amministrazione delle loro terre, affidate per di più ad agenti ed avvocati [99], Gian Girolamo trascorreva invece molti mesi all'anno nei suoi feudi, a Conversano e a Nardò, e, per la conoscenza ambientale che aveva acquisito e per la sua naturale tendenza si comportava come se fosse un piccolo sovrano. Sicché mentre gli altri baroni non vivevano nei feudi, lui invece amava viverci; gli altri baroni trascuravano le cure della disciplina militare vera e propria, e lui invece viveva continuamente fra i suoi soldati, le sue armi, i suoi cavalli; e le torri e le mura di Conversano erano in perfetto assetto di guerra munite di mortai, delle artiglierie più moderne.
Particolarmente attento alle proprietà trascorreva molti giorni a Montalbano, dove aveva fatto erigere una masseria e nella selva tra Noci e Martina Franca, la futura Alberobello dove, approfittando che da qualche tempo dei villaci coltivavano i terreni fertili nelle radure della foresta, nel 1635 costruì una casina per la famiglia, una taverna, un mulino e relativo forno per i viandanti e favorì le famiglie che lo volessero a stabilirvi, tanto che in pochi lustri compose un popolo che poi ebbe titolo di città [101]. Non altrettando dicasi per quanto riguarda Montalbano nonostante l'uso massivo di manovalanza femminile proveniente dalla Selva nei periodi della raccolta delle olive. La casina costruita nelle radure della foresta col tempo subì diversi ampliamenti. Scrive Angelo Martellotta (6) storico di Alberobello "Nel lato ad est dell'edificio era annesso un'oratorio del quale non restano che poche memorie. All'interno sull'altare il Conte colloca nel 1636 un dipinto (di autore ignoto) dei Santi Medici con al centro la Madonna di Loreto. Ben si comprende la presenza della Madre di Dio al centro se si pensa che gli Acquaviva, Duchi ab antico di Altri e fondatori di Giulianova, non lontani da Loreto, coltivano dolce amore per la B. Vergine. Forse uno speciale miracolo spinge l'austero feudatario, nove anni prima, a dare al suo primogenito il nome Cosmo. Il culto crediamo sia stato voluto fortemente dalla moglie del Giangirolamo, la Contessa Isabella Filomarino. Sicuramente ella era votata ai due Santi piu del Conte, il quale era in cerca di gloria attraverso spericolate avventure, costumanza di quei tempi, di cavaliere degno della riverenza altrui. Agli stessi Martiri in Conversano, dove sono grandemente venerati, dedica una vecchia chiesa interamente restaurata con accorte e sobrie decorazioni del Finoglio. Un altro dipinto dei due santi è in una delle torri dell'avito Castello, dov'è la scala che un tempo menava alle scuderie". Tesi avvallata dal Morea (36) e descritta dettagliatamente da Angiulli (8) che così riporta "Resta, per la nostra storia, il fatto che il fondatore di Alberobello, conte Giangirolamo II Acquaviva, il "Guercio di Puglia", e sua moglie, donna Isabella Filomarino principessa della Rocca, che dividevano il loro tempo fra Conversano e Napoli, dove avevano anche abitazione, avranno ottenuto, verosimilmente, il loro miracolo dopo essere stati in pellegrinaggio all'eremo di Isernia, in incognito, confusi fra gli innumerevoli pellegrini plebei, così come molti nobili del Regno diNapoli usavano fare, per implorare l'intercessione dei santi medici Cosma e Damiano e poter ottenere i desiderati miracoli. Grazie a loro, dunque, intermediari degli imperscrutabili disegni di Dio, Alberobello, da più di trecentocinquant'anni, è stato e continua ad essere meta di pellegrinaggio di migliaia di fedeli, che dai paesi viciniori e da tutta la regione pugliese, devoti dei santi martiri Cosma e Damiano, ai piedi delle loro sacre statue, ne implorano l'intercessione non soltanto per la salute del corpo, ma più particolarmente anche per quella dell'anima".
Da queste ricerche si evince che Giangirolamo II oltre ad essere il fautore della nascita e salvaguardia dei trulli é stato anche il fautore dell'introduzione del culto dei Santi Medici ad Alberobello.

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