Domenico Morea - Cronografia di Alberobello - Iconografia e Venerazione dei santi Cosma e Damiano

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ICONOGRAFIA E VENERAZIONE DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
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Domenico Morea

Creato: Lunedì 1 Dicembre 2014 17:08 | Ultima modifica: Giovedì 18 Febbraio 2016 17:47 | Pubblicato: Giovedì 18 Febbraio 2016 17:53 |
di Modesto Cammisa

omenico Morea nasce ad Alberobello il 21 giugno 1833 in un piccolo trullo, sito alla via Giuseppe Giusti, civico 18. All'età di 4 anni perde la madre (si dice a causa del colera dell'anno 1837) ... e il padre, sarto, si risposa. Una zia monaca si prende cura di lui e lo affida al dotto sacerdote, liberale, patriota e conciliatorista don Modesto Colucci, indiziato e processato politico nei moti insurrezionali nel Barese per la Dieta di Bari (1848) e il convegno di Santo Spirito e di Monopoli. Don Modesto Colucci, constatata la viva intelligenza del Nostro, lo indirizza al padre francescano Giacobbe Morea, cugino di Domenico, che lo ospita nel piccolo cenobio di Maruccia

(Lecce), dove compie i suoi primi studi classici e religiosi. Qui il vivido ingegno del Morea e la sua versatilità negli studi vengono notati e apprezzati da padre Tommaso, Provinciale dell'Ordine dei Riformisti, che insiste oltremodo con i sui parenti, affinché lo indirizzino e lo alloggino presso il Seminario di Conversano, già famoso in tutta la Puglia. Morea giunge a Conversano con tutta la sua intelligenza, tutta la sua sete di apprendere e 200 ducati, garantiti  dalla sua cara zia. Tutto il resto lo fece la prowidenza, all'uopo molto bene incarnata nella persona di monsignor Giuseppe Maria Mucedola da San Paolo di Civitate, vescovo di Conversano, responsabile del Seminario, patriota, neo-guelfo, giobertiano e conciliatorista, che lo amò e protesse come un figlio.
Monsignor Mucedola (u parrocchiane 'e Cunversane), così soleva appellarlo in senso spregiativo il re Ferdinando II, sedotto dalle competenze del giovane Morea e intraviste, anche, le notevolissime di lui capacità intuitive e organizzative, pare su suggerimento di Alessandro Manzoni, al quale lo stesso Mucedola aveva fatto tenere alcuni saggi letterari del Nostro, inviò Domenico Marea a completare gli studi letterari, filosofici e teologici a Montecassino da padre Luigi Tosti, il faro teologico e storiografico del!' epoca, anch'egli fervente patriota, neo-guelfo, giobertiano e conciliatorista (novembre 1855). Dopo i primi colloqui e le prime lezioni, così padre Tosti scrive a monsignor Mucedola che chiedeva: "Ella mi manda un teologo; e io forse glielo rimanderò poeta della teologia".

Il 27 marzo 1856 (a 23 anni non ancora compiuti) Domenico Morea era già sacerdote consacrato, su delega del Mucedola, da padre Luigi Tosti. Sempre a Cassino perfeziona i suoi studi letterari con l'allora sacerdote Alfonso Capecelatro che poi diverrà cardinale e gli resterà sempre affezionatissimo e devoto amico), ma soprattutto alla scuola di padre Tosti si forma negli studi storiografici condotti con la più ferrea ricerca scientifica. Nel settembre del 1856, su sollecitazione del suo mecenate si reca a Napoli per cercare di ricevere più in fretta il "passaporto" per perfezionarsi a Roma (Stato Pontificio - Regno delle due Sicilie) in esegesi. Il passaporto tarda ad arrivare per via del fatto che Morea proveniva da Conversano e dal suo Seminario e da Cassino (roccaforte neoguelfa) ed era un pupillo di mons. Mucedola, oltremodo inviso al Sovrano e alla sua polizia. A questo proposito ritengo opportuno anticipare quanto il Morea poi dirà durante l'elogio funebre del suo vescovo benefattore e mecenate.
Dopo il 1848 e dopo i fatti della Dieta di Bari, vennero denunciati, processati politicamente e incarcerati molti figli della nostra Terra (tra cui anche i sacerdoti Modesto Colucci, Antonio e Vito Agrusti), monsignor Mucedola non fece mai mancare loro il suo sostegno spirituale, andando anche a trovarli in carcere. Denunciato per questo dalle molte spie dello spietato intendente Aiossa (il conte Luigi Aiossa), fu chiamato a Napoli per giustificarsi di fronte al Re dalle accuse mossegli ... E in quel frangente il Mucedola: "Sire, la parola dei Re è sacra; ma io non so operare diversamente da quello che mi detta la coscienza di padre dei miei diocesani". Francesco II resta colpito da tanta fierezza e sincerità, ma se la lega al dito e nell'ultima visita in Puglia 1859 (a Bari nel 1859 in occasione del matrimonio del figlio) consegna la croce al merito di Francesco I a tutti i prelati di Puglia tranne che a monsignor Mucedola. Non così il Governo Italiano che, appena dopo l'unificazione del 1960, lo volle insignire dell'ambita onorificenza della Commenda dei santi Maurizio e Lazzaro.
Torniamo al nostro Domenico Morea. Finalmente alla fine di ottobre del 1956 ottiene il passaporto e parte per Roma, dove alla Sapienza, seguendo gli insegnamenti di Carlo Passaglia e del cardinale Guidi perfeziona i suoi studi di esegesi biblica sia con lo studio in greco sia con quello in ebraico che gli
consentiranno di interpretare sin dalle fonti le Sacre Scritture. A Roma il Morea
si sostiene con 12 ducati che mensilmente il vescovo Mucedola gli accredita presso il signor Angelini, più 5 scudi che gli vengono dalla cappellania. Qui matura lo spirito conciliatorista e si lega con fraterna amicizia a padre Chère, che diventerà Rettore del gran Seminario di Lons-le-Sannier (lura). Morirono nello stesso anno (1902) e nel suo libro il padre francese ricorda di essere andato a trovarlo a Conversano nell'anno del Concilio. Parla entusiasticamente del suo amico Dominique e del Seminario-Collegio da lui organizzato portando la nomea "del polo di studi" di Conversano oltre i confini nazionali. Il tempo stringe e Mucedola lo invita a tornare quanto prima. Ha in mente di affidargli per la Pasqua del 1857 l'insegnamento delle scienze sacre al posto del rettore Michele Cornacchioli, prima di eleggerlo alla direzione dello stesso Collegio-Seminario. A causa della salute malferma del Nostro, prostratasi ulteriormente a causa degli studi, condotti intensamente (e molto velocemente) sia a Montecassino sia a Roma, monsignor Mucedola concede al suo Morea di ritemprarsi lo spirito, ma soprattutto le ossa, nell'aria collinare della sua Alberobello.
Nel mentre dimorava nella città natale, cinque giorni dopo la morte del Cavour e precisamente l'11 giugno 1861, insieme al suo primo mentore don Modesto Colucci, celebrava una messa di requiem solenne per l'illustre statista piemontese. Sul fronte del tempio dei Santi Medici campeggiava uno striscione con su scritto: "Venite e pregate pel Conte Camillo Benso di Cavour". All'interno della chiesa, piena di ceri accesi e parata a lutto, sul tumulo eretto nel mezzo, l'altra epigrafe: "Al Conte Camillo Benso di Cavour, che volle e osò con miracoli d'audacia e prudenza, creare l'Italia una, proclamare dinanzi l'Europa, la separazione del potere temporale dallo spirituale, e la chiesa libera, i sacerdoti di Alberobello, spontaneamente, queste esequie".
Durante la celebrazione il giovane Morea, così, dal pulpito, a clero e popolo intervenuto: "Cera delle Nazioni è venuta ed è toccata alla generazione nostra questa insperata ventura. Ed ecco alla grand'opera suscitati prowidenzialmente il filosofo, l'uom di Stato, e il guerriero: Gioberti, Cavour e Garibaldi.
. . . Gioberti ha rappresentato l'idea dell'italico rinnovamento; il gran cuore di Garibaldi l'azione; Cavour ha alitato nuovamente la vita nelle sparse menti d'Italia, e arditamente per primo le ha proclamato a capitale d'Italia Roma, la Roma eterna". Il discorso prosegue con l'invocazione del nostro sacerdote: " ... Roma capitale d'Italia". E, infine: " ... Quando Roma cattolica e pontificale liberamente accoglierà e abbraccerà la Roma italiana e civile, oh! Allora i figli tutti d'Italia si affretteranno a versar lacrime e fiori sul sepolcro del Cavour! ... " (dallo stralcio della riproduzione del discorso tenuto dall'esimio prof. Michele Viterbo ad Alberobello il 10 agosto 1922 ed edito quello stesso anno a Bari da Humanitas).

Forse occorrerà riflettere un attimo su queste epigrafi . . . che furono sicuramente coraggiose come Colui che le aveva dettate e che in quasi tutte le chiese d'Italia avrebbero sicuramente all'epoca procurato non pochi grattacapo al clero patriottico, nonché severi punizioni allo "sfrontatd' epigrafista.
Non possiamo, inoltre, non soffermarci anche se brevemente sul fatto che il Morea, ben 9 anni e 3 mesi prima dalla chiesa di Alberobello, auspicava la caduta del Potere Temporale (come di fatto awenne il 20 settembre 1870 con la presa di Porta Pia). E come non vedere e sentire, nel suo fatidico discorso patriottico e conciliatorista, nonché di chiarissimo stampo giobertiano, la visione di ciò che sarebbe successo nel 1929? Dopo i Patti Lateranensi dell' 11 febbraio 1929, infatti, il governo nazionale fascista deponeva in forma solenne sulla tomba del Cavour a Santena il simbolico ramo d'olivo. Morea certamente parlava sotto l'impulso e la fede ispiratagli dai suoi grandi maestri: padre Luigi Tosti, monsignor Mucedola e padre Carlo Passaglia. Dopo la celebrazione e il discorso, al vescovo giunsero molte lagnanze da parte di quei vecchi reazionari e codini (anche di buona parte del clero conversanese legato al potere temporale del Papato), ancora molto ligi all'abbattuto trono borbonico e molte le insinuazioni di animi bassi e meschini, che spesso per invidia o per discreditare, attaccano i migliori per ingegno, formazione, idee e capacità. Monsignor Mucedola così lo rassicura in una lettera del 6 ottobre inviatagli ad Alberobello: "S'ingannano coloro che han pensato e pensano che io non sia contento di voi". E, inoltre, lo rassicurava di tenersi tranquillo" ... ch'egli era sempre in cima al suo cuore ... ". Infatti, già nel 1858 gli aveva affidato l'insegnamento delle "scenze sacre", e col riaprirsi dell'anno scolastico 1961-62 monsignor Mucedola chiama il giovane Morea (ha appena 28 anni) a reggere il Convitto-Seminario, cui si era aggiunto il Liceo ginnasio libero, di Conversano al posto del vecchio e stanco prof. Cornacchioli.

Cominciava così il Rettorato di Domenico, che durerà, con alcune interruzioni, quasi 40 anni. Grandi le aspettative e molte le difficoltà dei soliti "parrucconi", soprattutto clericali, di Conversano. Troppo giovane per un incarico che necessita di intuito, scienza pedagogica, arte di governo e autorevolezza con gli allievi.
L'intuito del Mucedola aveva colto il segno! Col Rettorino (così lo chiamava per via del fatto che era giovane e sbilenco) diede un soffio nuovo al suo Seminario-Collegio, già arricchito del "Liceo ginnasio libero" che, infatti, avrebbe di lì a poco raggiunta la più alta fama non solo in Puglia, ma in tutto il Mezzogiorno d'Italia. Sui fogli intestati lo "stemma nazionale" cominciò a precedere la scritta "Seminario Vescovile di Conversano". Ampliò e arricchì la Biblioteca del Seminario, aprendola al pubblico in giorni e ore prestabilite. Attrezzò un "gabinetto di fisica". Abbellì le aule del Seminario-Collegio e del Liceo-Ginnasio, dotandole di suppellettili adeguate, di sussidi didattici e tavole murali, approntando, altresì, anche una palestra, dove, oltre alla mente i seminaristi e gli studenti potessero formare e ritemprare anche il corpo. Chiamò ad insegnare i docenti migliori e più liberali di Puglia. Sottopose i programmi dei corsi di studio al giudizio delle migliori menti e personalità dell'epoca. Gente come Alessandro Manzoni e padre Luigi Tosti. Lo stesso Giovanni Pascoli, in visita ministeriale per gli esami di maturità, potè apprezzare e lodare il Morea per la conduzione didattica del Liceo ginnasio.
Col Morea Conversano era diventata quella che ormai tutti definivano "l'Atene delle Puglie'', e il suo "Crescamus in Ilio per omnnia" conosciuto anche fuori dai confini nazionali. Viveva ancora il Mucedola allorché il Morea, sulla base della Legge Casati (1859), la prima legge scolastica di ordinamento a ispirazione dell'Italia Unita, indirizzò i programmi del Liceo ginnasio ai programmi del Casati. Quindi, in effetti, il Nostro trasformò i corsi degli studi di un'istituzione privata (quelli del Seminario-Collegio), uniformandoli ai dettami dello Stato italiano. Tutto ciò valse al Seminario di Conversano la possibilità di diventare nel 1894 un Istituto Pareggiato (mi sembra opportuno specificare che il Consiglio Comunale, cui all'epoca competevano le nomine, all'unanimità, affidò il Liceo-Ginnasio al preside Domenico Morea). Con questi presupposti programmatici e su questi indirizzi formativi fondava la sua preziosissima attività educativa il Morea, dispensando opera di salda formazione civile, scientifica, letteraria e religiosa non solo ai seminaristi che avrebbero di lì a poco abbracciato il sacerdozio, ma anche a tutti quei giovani pugliesi che in virtù di quella formazione sarebbero diventati cittadini esemplari del Nuovo Stato Italiano, servendolo in ogni uffizio con competenza e abnegazione. Citare qualche nome sarebbe impresa ardua e lunga. Ve ne dispenso. Vi dico soltanto che molti degli studenti del Collegio-Seminario-Liceo ginnasio si affermarono quali: letterati, pedagogisti,poeti, matematici, architetti, magistrati, consiglieri di cassazione, medici, awocati, deputati, senatori e ministri dello Stato, presidi di Liceo, professori e Rettori delle Regie Università di Bari, di Napoli e di Pisa.

E mi fermo per non tediarvi.

Possiamo, quindi, senza ombra di dubbio, affermare che il sacerdote, il letterato, l'erudito, il filosofo, lo storico, l'oratore, il mistico, si fondevano nel "grande educatore", quello che tutti, per antonomasia, chiamavano il "Rettore Morea". Il nostro armonizzava mente e cuore, additando due fiamme: Iddio e la Patria. Scendeva nel cuore dell'alunno, forgiandone la mente e la volontà per dirigerle allo studio, piegarle all'esercizio del buono, del bello, rafforzarle alla pratica del bene e della disciplina. Questa la sua arte educativa!

Il 20 marzo 1865 muore il Mucedola. E la Conversano clericale e quella borghese, attonita lo piange. Marea nell'elogio funebre ne celebra e la tempra del grande Pastore e quella di grande Liberale giobertiano e non evita di citare né le accuse meschine fatte recapitare al Re anche da quei Conversanesi codini e reazionari, né i soprusi del conte Luigi Aiossa, né le parole di pace e conciliazione del prelato dal Re inascoltate.
Con la morte del Mucedola per poco non scomparve la Diocesi di Conversano, una delle piu antiche d'Italia. Il clero pregò il Morea di inviare una supplica al Santo Padre Pio IX. Supplica inviata il 18 dicembre 1865. Ma la petizione restò senza frutto per sei anni a causa della diatriba Stato-Chiesa (vedi: Leggi eversive, fatti d'arme di Mentana, Villa Glori, Breccia di Porta Pia).
Finalmente nel 1871 arrivò monsignor don Salvatore Silvestris di Bisceglie, Pastore pieno di zelo, pietà religiosa, caritatevole, ma anche rigido custode del vecchio spirito di disciplina del Seminario, derivatogli dai canoni del Concilio Tridentino. Naturalmente, il contrasto di vedute fu inevitabile, ma Morea, sostenuto dalla sua austera disciplina sacerdotale, continuò ad obbedire al suo vescovo senza recedere dalle sue convinzioni ... e vinse con la sua
tenacia, nonostante i soliti detrattori anonimi presso la Santa Sede avessero osato persino affermare che il Nostro avesse attentato alla vita del vescovo De Silvestris! A questi successe nel 1879 monsignor don Augusto Antonino Valentini di Chieti, filosofo e letterato esimio, tomista (a lui si deve l'istituzione in Conversano dell'annuale ''Accademia di San Tommaso d'Aquino"), che sempre apprezzò e condivise appieno le idee educative del Morea e il suo magistrale modo di condurre il Seminario. I due, che si stimavano profondamente, intrapresero un'amicizia che durò per tutta la vita e mai il Valentini, che due anni dopo (1881) fu promosso arcivescovo dell'Aquila, gli fece mancare il suo sostegno nella Santa Sede, dove aveva tanti amici e riscuoteva notevoli consensi e mai cessò di sostenerlo e incoraggiarlo negli studi, come si evince dalle numerose epistole che si scambiarono. Spesso monsignor Valentini invitò il Nostro a tenere dotte conferenze il quel de l'Aquila. Memorabile restò quella del 1885 in cui Morea trattò il tema "I classici latini e la Chiesa", la cui rinomanza varcò finanche le stanze del Vaticano. Con la promozione del Vicentini si vociferava da più parti e con una certa insistenza della successione del Morea a vescovo di Conversano. La nomina, però, cadde su monsignor Casimiro Génnari di Maratea (1881-1897), uomo piissimo, caritatevole, sommo canonista, autore della rivista "Il monitore ecclesiastico', insignito poi della porpora cardinalizia; ma che con le sue vedute retrogradi e conservatrici, anche se in buona fede, mise la morsa alle idee innovative e aperte del nostro Domenico, che si risolse a chiedere, e con fatica ottenere (ma di questo parleremo tra poco), le dimissioni da Rettore del Seminario.
Soltanto nel 1895, due anni prima di lasciare la diocesi il vescovo Génnari, con grandi dimostrazioni di affetto e di stima, richiamò il Morea alla direzione del Seminario di Conversano, che era di molto regredito dopo il ritiro del Nostro a Montecassino. Troppo tardi Génnari tornò sui suoi passi; ormai il Morea era stanco e disilluso dalle tante ingiustizie della vita e aspettava soltanto l'oblio e la morte!

Per capire appieno il sacerdote, l'uomo e l'educatore Morea occorre studiare e approfondire il carteggio del Nostro. Solo con lo studio delle 1191 lettere, ordinate per la prima volta da monsignor Cosmo Francesco Ruppi, è possibile incontrare l'animo, la personalità, la fede, il patriottismo, gli aneliti del Nostro. Esse ci aiutano, altresì, a comprendere il complesso contesto della vita in Puglia e nella risorta Italia dall'anno 1856 fino al 1902.
Per continuare il nostro discorso interessano qui soprattutto le epistole scambiate con Tagliabue, Settanni, Vicentini, Capecelatro negli anni dal 1882 al 1889, dove emergono speranze e delusioni passate nel nobilissimo animo del Morea. In esse si apprende:
  • delle speranze di essere promosso vescovo o bibliotecario della Biblioteca Vaticana;
  • delle calunnie che arrivavano al papa per far differire le nomine;
  • dell'esortazione ad avere pazienza e saper aspettare;
  • del doppio gioco del vescovo Génnari (poi cardinale) che a Morea diceva, anche per iscritto, di postulare le sue nomine e al papa Leone XIII  minacciava le dimissioni da vescovo se il Morea venisse promosso e lasciasse il Rettorato del Seminario;
  • della proposta a Prefetto della Biblioteca Vaticana, caldeggiata da Luigi Tosti, cui il Papa stesso aveva chiesto consiglio; poi il Papa dirà al Tosti: "Morea lo si tiene in vista, ma bisogna aspettare";
  • del gran priorato di Morea alla Basilica di san Nicola di Bari, dato per certissimo e poi sfumato.

Tra speranze e delusioni, contrastato nelle sue giuste aspirazioni, il Morea si ammala "di nervi" e "di asma bronchiale"; per un breve periodo sverna a Torre del Greco (1887), poi a Capua, presso l'amico cardinale Alfonso Capecelatro e, passando da Montecassino ad Alberobello, nella casa di corso Vittorio Emanuele dove abiterà dal 1875 fino alla morte. È in questo periodo che in una lettera al Tagliabue: "Voglio la pace e loblio, perché ormai son fatto vecchio; e anche se mi facessero qualcosa rinunzierei di nuovo, come rinunciai alla Prelatura di Castellaneta". Fu un gesto sconsiderato e un grave errore per il Morea, che sommato a quelli dei discorsi del 1861e1865 gli preclusero per sempre la carriera ecclesiastica. Riprende il suo lavoro a Conversano e finalmente, all'inizio del 1889, a causa della malferma salute il vescovo Génnari lo esonera dal Rettorato. Memore della vita monastica a Montecassino, di padre Tosti, degli ideali e dei sogni giovanili costì maturati, agogna prendere la "cocolla benedettina" e inizia le pratiche occorrenti per il noviziato. Considerata la durezza di quella regola monastica e la sua cagionevole salute, tutti gli amici fanno a gara per dissuaderlo, pregandolo di rinunciare. Fu allora, nell'estate del 1890, che Morea decide di chiedere asilo a Montecassino, di abbeverarsi ancora alle sorgenti della vita intellettuale, del pensiero e della preghiera, e di mettere mano agli studi storici che porteranno alla redazione del Chartularium Cupersanense. E così scrive al Settanni il 18 dicembre 1890: " ... Il lavoro del Chartularium procede benissimo, ma non rapidamente come volevo ... Mi sono cacciato in mezzo ad uno spineto pungentissimo di leggi, monete, magistrati, greci e bizantini, leggi e costumi longobardi, costituzioni monastiche, discipline ecclesiastiche, voci dialettali, usi e costumi pugliesi, dispute cronologiche, etc. etc. La stampa del Chartularium l'ho cominciata. Di opere da consultare ne trovo a dovizia; ma d'uomini che mi guidino quasi nessuno! ... È sparita quella generazione di dotti che trovai nel 1855 ... Resta il solo padre Tosti che non regge più l'aria fredda ed elastica della montagna e si è ridotto in una cameretta di San Severino a Napoli".
Dopo una breve rimpatriata ad Alberobello, nell'estate del 1891 torna alla solenne quiete di Montecassino, dove ritrova padre Tosti che rende pili dolce e spirituale la sua dimora lassù. Il lavoro del Chartularium viene ripreso con alacrità, tanto che 1'8 gennaio 1892, scrivendo al Settanni, gli comunica che manca appena un terzo del lavoro perché sia compiuto. Fu poi stampato in fototipia a Montecassino alla fine dello stesso anno (1892). Nel marzo 1893 spedisce la prima copia del 1° Chartularium Cupersanense a Tagliabue che gliene commissiona molte copie a nome dell'Editore Ulrico Hoepli. Il libro ha un'eco straordinaria e riscuote così tanto successo tra i dotti e gli addetti ai lavori che Morea ne gioisce convinto di aver creato un'opera duratura che gli darà lustro per sempre. I malanni fisici riprendono a bersagliarlo e i medici gli consigliano il titorno in Puglia. Infatti, ai primi di giugno del 1894, torna nella sua Alberobello e, di lì a poco 1895, a reggere nuovamente il Seminario-Collegio di Conversano.

Occupiamoci ora, anche se brevemente, del Chartularium. Come spesso gli è accaduto nelle cose intraprese in vita, Morea fu l'antesignano nel campo della storiografia pugliese, rivelandosi caposcuola degli stessi studi storici regionalisti. Studi che fino all'awento del Nostro non facevano altro che ricamare intorno all'argomento scelto quanto già sin lì detto (o copiato) da altri, servendosi di fonti di già pubblicate espandendole in lunghe disquisizioni su fatti, dati, nomi e circostanze, spesso trascurabili, operando in ultima analisi quella critica esasperazione del dubbio che sfocia nel sofisma. Per Morea, invece: non basta appurare i fatti e isolatamente studiarli, bisogna awicinarli e ordinarli tra loro, perché l'uno fa lume all'altro e dal loro complesso può scaturire intiera la verità ... e questi awicinamenti logici non possono farsi se non al lume della filosofia: la filosofia della storia, alla luce della quale, penetrando i fatti storici, si giunge a disegnare sulla vasta tela degli avvenimenti umani quelle leggi dei ricorsi, che si alternano a vicenda, guidati sempre dalla Divina Provvidenza; la storia rappresenta un bisogno delle società adulte, che cominciano ad avere coscienza di loro ... dove si studiano le storie ivi è bene a sperare dell'awenire di quel popolo; la storia è opera calma di riflessione; raccoglie gli ammaestramenti del passato; e guida ed indirizza l'awenire; esprime quei taciti movimenti di concentrazione, in cui le collettività si preparano e maturano a nuove tappe delle loro ascese; la storia si contrappone alla leggenda, che germoglia dalla mancanza dei documenti e dal senso di orgoglio nazionale, ove nel narrare le storie delle origini s'abbia ad essere cauti nelle ricerche e sceverare accuratamente le chiare dalle oscure notizie; l'arma pili importante della storia è la critica che deve sempre saper discernere il grano dalla pula; per le scuole devonsi ammannire le verità certe e appurate, perché nei giovani non va infuso il dubbio che ne deriverebbe dal criticismo storico, anche perché inaccessibile alla loro menti; la storia risente dell'epoca in cui si scrive, dell'indirizzo della cultura, dei difetti e passioni dell'epoca, del temperamento di chi la scrive; lo storico deve salire pili in alto, dalle vette dello spirito, per riassumere i panorami storici, perché la storia è la scala per l'awenire, è ausilio della politica e delle legislazioni.

Col Chartularium il Morea offre alla Puglia un campo di ricerca nuovo e inesplorato e, soprattutto, una nuova metodologia di indagine nella disamina dei tantissimi documenti presentati. Infatti, il Nostro presenta un largo sunto e copiose note illustrative concernenti il testo di ciascun documento utili per la
storia topografica, i personaggi, le leggi (in Puglia molto complesse per via delle diverse per via del Codice Bizantino e di quello Longobardo) , gli usi e i costumi della nostra terra. Documenti di diritto pubblico e privato, di bolle e sovrane concessioni che fotografano la vita del popolo pugliese nel suo dinamismo e che Morea aveva raccolto e accumulato in 30 anni (sin dal 1865), recuperando tutte le pergamene del disperso archivio della Badia Benedettina di Conversano. Il Chartularium è, prima di tutto, la storia del monastero di San Benedetto di Conversano, il celebre Monstrum Apuliae, la badia retta prima dai monaci benedettini (sec. IX - XIII) e poi passato alle monache dello stesso ordine (1266-1810), diretto per speciali privilegi da una Badessa, che aveva giurisdizione, quasi a livello episcopale, nel campo ecclesiastico sui preti di Castellana e giurisdizione feudale su quella stessa terre.
La storia del monastero di San Benedetto di Conversano apre uno squarcio di luce su cinque epoche distinte, a cui il Morea fa corrispondere altrettanti capitoli.
La prima epoca comprende le origini del Monastero dal VI al VII secolo sino a Goffredo Normanno (1072) .
La seconda da Goffredo il Normanno a Dameta Paleologo (1072 - 1266).
La terza da Dameta Paleologo a Beatrice, la prima Badessa della casa comitale Acquaviva d'Aragona (1266 - 1504).
La quarta da Beatrice a Gioacchino Murat (1504 - 1810).
La quinta da Gioacchino Murat alla fine del 1800.
Il primo volume pubblicato a Montecassino nel 1892 abbraccia i primi due capitoli che si occupano delle epoche bizantina, normanna e sveva. Gli altri tre capitoli, dettati interamente dal Morea all'amico arciprete don Giuseppe Caramia con le relative note, furono allo stesso affidate affinché fossero inviate ai Padri benedettini di Montecassino, assieme alle copie invendute del primo volume. Gli appassionati di storia e gli addetti ai lavori hanno atteso per anni il secondo volume del Chartularium. Finalmente, completato da Francesco Muciaccia, preside del Liceo di Bari, su incarico della Società pugliese
di Storia Patria, viene pubblicato, per i tipi di Vecchi & C. , nel 1942.

Muore a Conversano il 17 luglio 1902. Qualche giorno prima aveva presenziato agli esami di licenza liceale dei suoi amati allievi.
Morì povero. Non aveva accumulato ricchezze né per sé, né per i suoi familiari, pensate che aveva donato persino la casa avita alla Parrocchia di Alberobello. E, peraltro, come poteva farlo con lo stipendio di f 500 annue, elevate a £ 1.500 solo alla fine della carriera, se gli stessi emolumenti bastavano appena per la corrispondenza e le spese di rappresentanza? Ci fu bisogno persino di una sottana nuova per ricomporre decentemente la bara dell'insigne prelato e maestro. Vi prowidero il clero e i docenti del Seminario-Collegio di Conversano!

Ho volutamente omesso, per non stancate l'uditorio, la miriade di opere minori del Nostro. Non posso tacere de "Il culto dei santi medici Cosma e Damiano nella Chiesa parrocchiale di Alberobello" (Napoli Tipografia Rinaldi, 1886 e fatto ristampare dall'arciprete Giovanni Martellotta in occasione del 90° anniversario della morte, 1992). Lo faccio solo per muovere al Morea storico, dopo questo panegirico, un piccolo appunto relativamente a quanto egli, nel testo citato, afferma a proposito del numero di abitanti, allorché nel 1797 la nostra Alberobello viene affrancata dal servaggio feudale, diventando Città Regia e ottenendo, altresì, la possibilità di erigere la sua chiesetta a parrocchia. Il Nostro derubrica a "una pietosa bugia" il n° di 3.200 abitanti riportati nel Dispaccio Regio di re Ferdinando IV del 27 maggio 1797. E continua affermando che solo grazie a questa "pietosa bugia" Alberobello ottenne la sua libertà, atteso che per diventare Città Regia il paesello avrebbe dovuto contare più di 3.000 anime. Evidentemente, Morea non aveva avuto modo di legger la relazione Vivenzio e, di conseguenza, andare a guardare le relazioni dei vescovi durante le famose "visite ad limina" succedutesi nella nostra chiesetta.

Anno 1665 il vescovo di Conversano monsignor Giuseppe Palermo afferma che nella "località rurale di Alberobello ha 800 anime".
Anno 1705 il vescovo di Conversano monsignor Filippo Meda afferma che la "località rurale di Alberobello è formata da circa 1.500 abitanti, di cui 900 hanno ricevuto la comunione".
L'11 maggio 1797 il marchese Vivenzio, capo dell'ufficio della Sommaria, è ad Alberobello e vi rimane tre giorni per un'ispezione commissionatagli dai Borbone in contraddittorio con due awocati del Conte di Conversano (De Paruta e uno delli Noci).
E il 15 maggio 1797, da Alborobello (sic.), redige per il Re una relazione puntualissima, che l'Ufficio di Ferdinando IV fa propria allorché firma il Dispaccio.
Anno 1816 il quadro riassuntivo del catasto di Alberobello così riporta: abitanti 3395, superficie a bosco tomoli 1642, seminativo tomoli 632, proprietari 794.
Quindi, . . . . .. ... nessuna "pietosa bugia".

Per farmi perdonare dal Nostro Domenico, voglio chiudere con una chicca che fino a poche ore fa mi sembrava inedita e per un pò mi aveva fatto pensare anche ad un mio piccolo contributo di approfondimento del Suo poliedrico ingegno: il Morea poeta.
E voglio rileggervi due sue brevi frasi che in me hanno risvegliato immagini e sensazioni straordinarie ... poetiche, appunto, anche se scritte in prosa.
Risentitele anche voi:
- la filosofia della storia, alla luce della quale, penetrando i fatti storici, si giunge a disegnare sulla vasta tela degli avvenimenti umani quelle leggi dei ricorsi, che si alternano a vicenda, guidati sempre dalla Divina Provvidenza;
- la storia . . . esprime quei taciti movimenti di concentrazione, in cui le collettività si preparano e maturano a nuove tappe delle loro ascese.

Poi ho scoperto che Giovanni Pascoli, dopo quella visita ispettiva ministeriale al Seminario-Collegio, così al Morea e al Forlani:
"Cari amici, rileggo i vostri sonetti e rivedo voi. Puri, forti, alti, con qualcosa di mesto che fa, come una nuvola solitaria, risaltar più il sereno, con qualcosa di amaro che tempra la dolcezza e non la corrompe: ho parlato dei vostri brevi e amplissimi carmi, o di voi? Di voi e di loro. Perché, in verità, voi siete sinceri: cosa rara, oggi. Oggi, i poeti, o diciamo, più esattamente per noi, gli artisti, indossano una personalità come s'indossa un vestito, seguendo la moda".

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