Distruzione della Selva - Cronografia di Alberobello - Iconografia e Venerazione dei santi Cosma e Damiano

sito ufficiale
ICONOGRAFIA E VENERAZIONE DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
ICONOGRAFIA E VENERAZIONE DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
ICONOGRAFIA E VENERAZIONE DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
Vai ai contenuti

Distruzione della Selva

Leggenda e Soria
ino al XVIII secolo il territorio alberobellese è occupato prevalentemente da boschi. L’agricoltura si pratica in forme residuali “nelle vallete per lo più dov’era alcun pezzetto di terra da coltivare per frumento”, oppure è il risultato della colonizzazione di piccoli
appezzamenti di terra concessi in fitto perpetuo dal feudatario a contadini poveri, che vi piantano vite e/o grano associato a leguminose. Nel corso del ‘700 sorgono alcune masserie di campo per i seminativi, e le zone a coltura si estesendono in modo significativo.
L’evento cruciale per i destini della agricoltura locale è, però l’abolizione della feudalità disposta da Giuseppe Bonaparte nel 1806. Revocati i numerosi dirittti vantati dal feudatario sulle terre coltivate e garantito il pieno godimento della proprietà privata, contadini e massari possono ora accollarsi le grandi fatiche necessarie alla messa a coltura di nuove aree. La prima “vittima” di questa ondata
colonizzatrice è il bosco, preso d’assalto dagli agricoltori locali con la complicità della stessa amministrazione municipale. Al Comune, infatti, la Commissione feudale assegna nel 1811 380 ettari di bosco come compenso per gli usi civici che gli alberobellesi vantano sulle terre dei conti di Conversano. Nel 1827 il decurionato (Consiglio comunale) fa richiesta all’Intendente della Provincia per “impetrare da S.M la divisione del bosco comunale”. Varie sono le motivazioni addotte: l’esiguità della rendita recata dal bosco al Comune (332,50 ducati netti, a fronte di un possibile ricavo di 800 ducati con la lottizzazione e l’assegnazione ai privati in cambio di un canone); la mancanza nel bosco di “terre appese”, cioè in pendio, sulle quali è tassativamente vietato tagliare gli alberi: la possibiltà per gli abitanti di approvvigionarsi di legna da ardere nel vasto bosco ancora di proprietà degli Acquaviva.

Le autorità borboniche, tuttavia, pongono un argine al disboscamento di quella selva che, come si legge nella relazione di un ispettore forestale scritta nel 1835, è forse “la migliore della provincia per lo stato di vegetazone e per la sua alta posizione, che influisce un poco al beneficio degli altri comuni convicini”; il pericolo è che, “ pur accetandone la dissodazione anche di una piccola porzione, ripartita tra i cittadini, presto si vedrebbe l’intero bosco distrutto, poiche di anno in anno ciascun colono verrebbe ad ingrandirvi la sua partita….”
Maggiore successo ha l’attacco al bosco di proprietà degli Acquaviva che per tutto l’800 alienano ai cittadini alberobellesi parti sempre più cospicue dei loro possedimenti. L’unità d’Italia segna un momento importante per il destino della selva di Alberobello: da un lato l’aumento della domanda di prodotti agricoli per l’esportazione, dall’altro le idee liberali dei nuovi governanti autori nel 1877 di una legge forestale molto permissiva, provocano lo smantellamento delle aree boschive residue. I contadini, dunque hanno partita vinta nell’opera di “redenzione” dell’incolto, anche se i circa 1000 ettari disponibili per le colture sono ancora troppo pochi per una popolazione che nel 1861 è salita a 4087, nel 1881 a 5227 e nel 1901 a 8088 individui.
Torna ai contenuti