Maria Giuseppe Mucedola (San Paolo in Civitade, 16 feb 1807-1865) - Cronografia di Alberobello - Iconografia e Venerazione dei santi Cosma e Damiano

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titolo del sito del comitato feste patronali di Alberobello
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Maria Giuseppe Mucedola (San Paolo in Civitade, 16 feb 1807-1865)

CRONOGRAFIA > Personaggi
di Don Leonardo Sgobba

iuseppe Maria Mucedola, è nato in una famiglia povera. Il padre Pasquale era un modesto operaio e la madre si chiamava Maria Vincenza Vitale. Nacque il 1 febbraio 1807 a San Paolo in  Civitate nella Capitanata, una delle sedici province del  Regno delle Due Sicilie. Dal Liber Baptizorum risulta che il  Mucedola fu battezzato il giorno dopo, 2 febbraio 1807,  nella-chiesa di San Giovanni Battista dall'arciprete don Pietro De Marco [106]. I padrini furono Angelo Maria Maurelli della terra di Sant Andrea e Maddalena Reggeri. All’età di 12 anni, il 15 maggio del 1819 ricevette il sacramento della cresima. Dopo pochi anni, nel 1822, entrò nel seminario di San Severo dove mostrò inclinazione allo studio e facilità nell’apprendimento di tutte le discipline, in particolar modo di quelle teologiche e morali. Dopo aver compiuto gli studi di teologia, non laureandosi in Sacra Teologia, fu ordinato sacerdote nell’anno 1829. I primi anni della vita sacerdotale, li visse nel Seminario diocesano di San Severo, perché il vescovo Bernardo Rossi, gli affidò il compito dell'insegnamento di Lettere e Filosofia nonché quello di Pro-rettore. Questo incarico durò per 4 anni. Due fattori sembrano determinanti nella formazione spirituale e culturale del giovane Mucedola: le condizioni, di povertà vissute nella famiglia e le vicende, politiche svoltesi nella sua Terra negli anni della prima metà dell'Ottocento. La famiglia Mucedola dovette conoscere costantemente una condizione economica non agiata, anche quando il figlio Giuseppe Maria era vescovo di Conversano. Sono, infatti, conservate nell'Archivio Vescovile di Conversano, come testimonia il Fantasia, due delicate lettere della sorella Serafina, e Rachele che all’amato fratello ... chiedono con accenti commoventi la carità di sussidi economici [106]. D'altra parte la miseria e la povertà regnavano in tutte le popolazioni del regno delle Due Sicilie in particolar modo nei comuni più piccoli e abbandonati delle province. Tutto ciò non poteva non incidere nell'animo di Mucedola, che da parroco prima e da vescovo poi manifesterà un animo sensibile e pieno zelo per le sofferenze altrui.

Gli stessi awenimenti politici del Risorgimento, non poterono lasciare indifferente il giovane Mucedola nei suoi convincimenti politici e sociali che rivelerà soprattutto durante il suo episcopato. Nel dicembre del 1817 a Foggia come in tutte le città e le borgate della Capitanata furono affissi ai muri volantini che invitavano il Re di Napoli a concedere la costituzione. La rivolta, poi, di Nola del 3 luglio 1820, capeggiata da Morelli e Silvati ebbe notevole ripercussione a Foggia, tanto che il prete Francesco Paolo Jacuzio proclamò il nuovo regime costituzionale davanti al palazzo dell'Intendenza; il 5 luglio successivo ci fu una marcia su Foggia da parte di uomini della città di San Severo, tra cui Picucci e il prete Paolo Venusi, per far giustizia dell'Intendente Nicola Intontì, futuro ministro della polizia, implacabile persecutore dei liberali. Nella stessa città di San Paolo in Civitate c'era la vendita carbonara, il cui proprietario era proprio Paolo Picucci. Nel periodo dal 1821 al 1848 si attenuarono gli ardori insurrezionali del primo ventennio, ma non di certo le idee patriottiche provenienti dalla Carboneria, della Giovane Italia e dal Giobertismo, che si diffusero in mezzo al clero. Lo studioso Di Taranto, a riguardo, commenta: Non erano in genere i soli laici che pigliavano parte al movimento rivoluzionario ... il clero basso dapprima quasi del tutto alieno ... , si era andato mutando, interessandosi delle tristi condizioni in cui viveva il popolo ... , che anzi taluno dei preti. .. si era infiammato delle idee nuove e, malgrado i richiami del Superiore, faceva aperta professione di liberale [106]. In questo contesto degli awenimenti dauni, il giovane sacerdote Mucedola, dopo aver lasciato il seminario di San Severo, svolse la sua missione di parroco nel suo paese natale, San Paolo Civitate. Era il 30 dicembre del 18326, quando il vescovo Giulio De Tommasi lo nominò arciprete della chiesa di San Giovanni Battista, ali' età di 26 anni.

Giuseppe Maria Mucedola fu parroco dal 1832 al 1848 e fu stimato e amato dai suoi parrocchiani. Era dedito al suo lavoro pastorale, rivelando così le sue doti di bontà, di pietà e di semplicità del suo animo. Nel 1837, una grande carestia, insieme al colera, afflisse le popolazioni della Terra di Capitanata. Il Mucedola da pastore premuroso, si spoglia dei suoi averi, si carica dei debiti e passa di casa in casa per raccogliere cibo per sfamare i bisognosi della parrocchia e della Diocesi. Questo episodio è riportato dal Morea [107] e dal Vavalle [108], suoi contemporanei, negli elogi funebri tenuti in suo onore; dagli storici e cronachisti di fine Ottocento che avevano annotato fatti e aneddoti degli ultimi tempi dei Borboni di Napoli, come Raffaele De Cesare. Nel processo della sua nomina a Vescovo si legge la seguente testimonianza inedita riguardante la sua azione pastorale nella sua parrocchia: « Ottenne in seguito, previo Concorso Canonico la parrocchiale chiesa del Castello di San Paolo sua Patria, qual cura con quanta carità, zelo, e prudenza abbia amministrato ne fan fede la lagrime dei suoi parrocchiani che risentono al vivo la perdita di un caritatevole e benefico Pastore [109]. La sua attività di pastore non era solo rivolta ai suoi parrocchiani, ma ebbe cura anche del tempio. Dagli atti e fascicoli della Curia Vescovile di San Severo, risulta che restaurò la parte muraria della chiesa, in quanto dal 1833 al 1837, restò chiusa al culto [106]. Possiamo dire senza dubbio che i 16 anni trascorsi in parrocchia furono la migliore palestra di preparazione morale e sociale per il ministero episcopale.

Il Mucedola, durante il periodo nella diocesi di Conversano (1848-1849), dovette esercitare il suo governo pastorale in tempi difficili e di grandi mutamenti politicii, sociali, culturali e religiosi quale è stato il Risorgimento italiano. Ha visto la fine del Regno delle Due Sicilie e l'awento dell'Unità d'Italia. I suoi 16 anni di episcopato si svolsero dal 1849 fino al 1865, anno della sua morte. Già all'inizio del suo mandato, trovò non pochi problemi da risolvere nella diocesi di Conversano, che priva del vescovo De Simone morto nell'agosto 1847, visse un terribile 1848. Gli awenimenti politici durante quell'anno oscillarono tra la concessione delle libertà costituzionali e la repressione di esse da parte del re Ferdinando II. A sorpresa, il re, infatti, concesse la Costituzione tra la fine del mese di gennaio e l'inizio del mese di febbraio e dopo qualche tempo, scoppiata la guerra del Piemonte contro l'Austria, le truppe napoletane comandate da Guglielmo Pepe si portarono sul teatro di guerra. La notizia della concessione della Costituzione nel regno di Napoli suscitò entusiasmi, ma anche disordini, turbolenze e arrembaggio fino al punto di indurre il re a riprendere in mano la situazione; il 15 maggio dello stesso anno abbatté le barricate dei patrioti napoletani, richiamò le truppe dal fronte e ripristinò il potere assoluto. Iniziò allora il decennio terribile del Regno dei Borbone a Napoli, dal 1848 al 1859, che rese più tristemente famoso in Italia e nell'Europa il nome della dinastia borbonica. Alla notizia dei fatti di Napoli, in Terra di Bari l'indignazione fu enorme e moti di protesta si ebbero in vari Comuni. Il primo tentativo organico di scuotere e sollevare l'opinione pubblica si ebbe a Monopoli il 18 maggio, dove fu organizzato un convegno di patrioti, nella locanda di Salvatore Alba, detto Mylord, senza sortire alcun effetto. Un secondo tentativo, andato anch'esso il 9 luglio a vuoto, fu a Molfetta il 28 maggio. Solo nella Dieta di Bari del 2 luglio si firmò un Memorandum che chiedeva il leale mantenimento della Costituzione, l'annullamento degli atti del 15 maggio e, infine, il ripristino della Guardia Nazionale illegalmente sciolta. Finirono qui i tentativi insurrezionali, perché il 9 luglio a Brindisi sbarcarono truppe borboniche intente a ristabilire l'ordine in Terra di Bari. Seguirono arresti, istruttorie e condanne. Per le ripercussioni di questi awenimenti nella diocesi di Conversano, lo storico locale Bolognini [110], annota: Tra le vittime del furore borbonico la diocesi di Mons. Mucedola ebbe anche le sue: furono gentiluomini dal nome Biagio Accolti Gil di Conversano, Sac. Giuseppe del Drago di Rutigliano, Giacomo Tauro di Castellana, Vincenzo Orlandi di Turi, Sac. Modesto Colucci di Alberobello [111]. L'istruttoria che la Gran Corte Criminale di Trani aprì nell'agosto 1849 poté individuare e mettere le mani addosso ai seguenti patrioti della diocesi: Giuseppe Del Drago, Biagio Accolti Gil, Giacomo Tauro, Modesto Colucci, Vito Turi e Vincenzo Orlandi. Si può, quindi, immaginare quale fosse la condizione della diocesi, allorchè il vescovo Mucedola fece il suo ingresso a Conversano nel marzo 1849.

Il seminario, voluto dal vescovo Filippo Meda nel 1703 [113], costituisce l'opera piu significativa per la valutazione pastorale, morale e patriottica del Mucedola. I giudizi sia del Bolognini sia del Fantasia sono concordi nell'affermare che il Mucedola fu un grande Educatore e trasformò il seminario in un centro importante di cultura e di educazione civile e
religiosa. Si preoccupò innanzi tutto di sistemare e ampliare l'edificio stesso del seminario. L'impegno maggiore però, fu soprattutto nel formare e scegliere uomini che dovevano costituire il personale direttivo e insegnante del Seminario. Fu proprio il cenacolo di giovani e professori, raccolti nel seminario vescovile in quel periodo, che lo fece diventare «Un faro di luce nella Regione e una fucina di ingegni eletti e di anime aperte ai problemi religiosi e civili dei tempi nuovi [110]. Il Vescovo chiedeva consigli per organizzare la scuola al Fornari, al Tosti e si fece mecenate, mandando a studiare a Roma e a Montecassino giovani tra i quali c'è il promettente Domenico Morea di Alberobello, sul quale pone le sue attenzioni. Il Mucedola insiste presso il padre Luigi Tosti di Montecassino ad accettare come alunno il diacono Domenico Morea e si impegna a pagare la retta di ducati 12 per la sua pigione nella prestigiosa abbazia.

Il padre Tosti il 10 ottobre 1855 risponde alla calda segnalazione del presule scrivendo: Venga il suo diacono Marea quassù; e son sicuro che sotto il Padre Leduc farà progressi meravigliosi. Per mio conto io lo farò partecipe delle mie poesie teologiche. L'avv. Vincenzo Roppo [112] accenna ad una sessantina di lettere spedite a mons. Mucedola, al diacono Domenico Morea e al suo educatore padre Luigi Tosti. Nella prima datata 18 dicembre 1855, mons. Mucedola scrive: Ho goduto immensamente del vostro felice arrivo a Montecassino, luogo, secondo ben dite, di sublimi ispirazioni. Io prego Dio che vi confermi sempre più il buon volere, e dia forza a codesto vostro esilissimo corpicciuolo (il Morea ebbe gracile salute) perché possiate trarne grande profitto della mente e dal cuore dell'impareggiabile padre Tosti, cui farete gradire un milione di cose da parte mia. Il 27 dicembre 1855 lo rassicura circa una somma che gli spedisce da Napoli: Per la volta di Napoli vi verranno ducati 12. Non è bisogno d'insinuarvi a studiare alacremente e sibbene di star bene. Le notizie che mi date del Padre Tosti mi tornano consolantissime. Il 20 gennaio 1856 il vescovo di Conversano concede le dimissorie perché il suo diacono sia ordinato sacerdote dall'Abate di Montecassino e il 27 marzo 1856 gli invia i suoi paterni auguri: Non è a dire, caro Morea, quanto io me ne compiaccia con voi della sacra ordinazione a sacerdote. Vi saluto paternamente e vi benedico in Dio. Mons. Mucedola nella lettera del 3 settembre 1856 esprime al padre Luigi Tosti tutta la sua gratitudine per l'ottima formazione del sacerdote Domenico Morea. Il padre Luigi Tosti nella lettera dell'11 settembre 1856 offre una valutazione globale degli studi del giovane Morea a Montecassino: Il sacerdote Morea è sempre contento del passo fatto in Teologia e di una sfioritura nella Storia ecclesiastica. Questa sua contentezza e la probabile approvazione che potrà venirmi da Lei è un guiderdone che non meritano i miei servizi.

Dopo gli studi a Montecassino, mons. Mucedola si preoccupa di inviare don Domenico Morea a Roma e interessa il suo rappresentante, sig. Angelini, affinché lo proweda di una camera con mobilio presso il convento della Maddalena, non lontano dall'Università della Sapienza. Ci sono delle difficoltà burocratiche per avere il passaporto da Napoli e mons. Mucedola ne scrive con rammarico il 28 settembre 1856 al suo sacerdote: Mio caro Morea, il passaporto vostro per Roma avrà l'istessa sorte di quello di D. Vito Gabrieli per la Francia. Io troncherei tutti i nodi, consigliandovi a rimanere a Napoli sino a Maggio venturo e frequentare così la Cattedra di Esegesi Biblica sia all'Università napoletana, sia ai Gesuiti, sia ovunque! Vi saluto e benedico aff. Giuseppe Maria Vescovo di Conversano. Superati gli ostacoli del passaporto, il vescovo per la permanenza a Roma assegna a don Domenico Morea non solo i 5 scudi della Cappellania di cui era titolare, ma anche la somma mensile di ducati 12 che egli deve trasmettere al sig. Angelini, rappresentante della Curia di Conversano a Roma. Gli scrive in data 3 novembre 1856: Vi do il benarrivato a Roma, alla Santa Città. Vogliate così crescere in virtù e stare sempre bene in salute. Il buon vescovo Mucedola si diceva contento del suo gran da fare a Roma, della sua intensa applicazione agli studi sacri e del correre ch'ei faceva qua e là per apprendere, ma, a conoscenza della torrida estate romana, il 10 novembre 1856 lo mette sull'awiso: «E credo bene che l'aria di Roma non sia quella di Montecassino, e fortuna la vostra che i mesi di permanenza a Roma son quelli d'inverno e qualche altro di primavera; l'estate vi farebbe ivi molto male; ma allora voi sarete di ritorno qui e alla vostra Alberobello. Le vacanze romane di studio del giovane sacerdote Morea sono interrotte a Pasqua del 1857 e non vanno oltre il mese di giugno perché egli deve succedere al canonico Michele Cornacchioli nell'ufficio di Rettore del Seminario. Il vescovo lo richiama a Conversano con questa lettera: Conviene che subito vi mettiate in cammino per questi nostri luoghi e diate qui principio alle vostre occupazioni, dopo che abbiate riprese le forze nella vostra Alberobello. Su questi miei dati regolerete perciò costì a Roma le vostre operazioni scientifiche [112].

Il giudizio formulato dalla storiografia locale risorgimentale sul vescovo Mucedola è molto parziale. È stato presentato in un primo momento come vescovo antiborbonico e, in seguito all'unificazione dell'Italia, come patriota e ostinato awersario del potere temporale del Papa. La sua rilevante azione pastorale non viene presa in considerazione o, se considerata, è solo in funzione "politica". È stato, quindi, un patriota di grande statura, un mediocre vescovo senza la consapevolezza dei suoi doveri apostolici. Le circostanze storiche, gli episodi verificatisi nel suo governo pastorale, gli scritti hanno indubbiamente favorito tale valutazione della personalità del Mucedola sia nel periodo borbonico del suo episcopato dal 1849 al 1860 sia nel periodo dell'Unità nazionale dal 1860 alla sua morte. In tempi piu recenti, grazie alle ricerche di studiosi che hanno pubblicato documenti inediti, siamo in grado di avere una valutazione più vicina alla realtà storica sul vescovo Mucedola. Abbiamo, infatti, una produzione letteraria, in occasione di commemorazioni, celebrazioni, articoli di giornali e riviste, sporadiche pubblicazioni di lettere e una accurata indagine storica, come il libro del Fantasia, che ha esplorato l'Archivio della Curia Vescovile di Conversano. L'episcopato del Mucedola dunque, si colloca nel quadro generale del periodo storico che va dal 1848 al 1870, occupazione di Roma, caratterizzato dalla tensione dei rapporti in Italia tra le istanze risorgimentali e il Papato e nella situazione della diocesi di Conversano, che era acquiescente in quel periodo alla strumentalizzazione borbonica del sentimento religioso. Con l'awento di Mucedola si decretò la fine di tale acquiescenza e la restaurazione della dignità pastorale e della missione religiosa, morale e civile del clero, proprio mentre a Napoli la reazione piu ottusa e retriva degli ultimi borbonici si manifestava piu grave. Questa presa di posizione del vescovo Mucedola fu ritenuta dal moto patriottico da un lato e dalle gerarchie ecclesiastiche dall'altro, come una scelta, un'adesione convinta e totale alle tesi liberali contro la posizione ufficiale assunta dal papa Pio IX e della curia romana in ordine alla "questione romana" e al potere temporale della Chiesa. L'azione essenzialmente pastorale del vescovo Mucedola, inserita nel mutamento politico che andava svolgendosi in Italia e soprattutto nel Mezzogiorno, non fu capita dai piu e servì ai pochi, in mala fede, per condannarlo ingiustamente. Così, nel quadro del dramma interiore dei Cattolici italiani, si colloca l'intensa vicenda del vescovo Mucedola, che col suo sacrificio personale diede dignità alla Diocesi, facendola fucina di spiriti religiosi aperti alle piu avanzate istanze civili, anticipatrici di posizioni che, a distanza di un secolo, saranno confermate e proclamate dalla Chiesa Cattolica.



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